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Cultura agricola e paesaggio tra Menfi e Montevago

Autore: Stefano Caffarri

Terre destinate alla produzione del grano necessario alle affamate città europee, per coltivare le quali però occorreva attrarre contadini: il premio erano le concessioni per l’impianto dei vigneti.

Menfi fu dunque “porto di terra” capace di offrire un centro di gravità alle popolazioni rurali, un luogo d’incontro e di cambio di derrate. Risalendo verso l’interno il carattere agricolo della regione emerge con forza, e non è difficile comprendere al di là delle conferme storiche che questi luoghi sono sempre stati abitati, prima dai Greci e dai Cartaginesi, poi dai Saraceni e dagli Svevi.

Menfi conserva il suo tessuto urbano sobrio e composto, ma è nell’interno che è più evidente il passaggio del Moro, con la sua enorme sapienza e la sua raffinata cultura: irrigazione, conservazione delle acque, cura per i campi ne sono testimonianza evidente.

L’ acqua fonte di vita

Non solo l’uomo ha scritto la storia nel paesaggio, ma anche la Natura ha qui lasciato tracce drammatiche ed indelebili. Montevago fu letteralmente rasa al suolo dal terremoto del 1968: rovine, monconi di colonne, lacerti di pareti. Non ostante la furia elementale del sisma il sistema di condutture sotterranee costruito dagli arabi – qanat – è rimasto intatto e funzionale, e continua tutt’ora a dirigere l’acqua fonte di vita tra i coltivi.

Prima degli Arabi, anche i Romani ebbero modo di apprezzare la generosità di queste terre: in Contrada Mastragostino, a Sud del paese, i resti di una villa romana del II secolo a.C. a cui i primi studi attribuiscono la funzione di centro di produzione e raccolta di cereali.

Non distante, l’abbondanza d’acqua offre un ulteriore spunto con la sorgente termale di Acqua Pia che sgorga a circa 36°, a pochi metri dal Belìce.

 

Ruderi di montevago

I resti della Chiesa Madre, completamente distrutta dal violento terremoto che tra il 14 e3 il 15 gennaio 1968 colpì la Valle del Belìce

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Il suolo quassù è completamente diverso da quello della costa: i riporti alluvionali e le rocce calcaree lasciano il posto ad un terriccio rosso fiammante che compare improvvisamente tra i filari, sui declivi, nei rivolti degli aratri. L’altipiano, attraversato da fratture verticali improvvise, ha offerto nel corso del tempo una grande varietà di opportunità ai suoi abitanti, pur sempre incentrate attorno alle dure condizioni della vita dei campi.

Operosa la gente del posto, nel sangue l’industriosità di mille generazioni. Risalita dagli inferi del terremoto tra antiche attività dimenticate – sepolte tra le erbe le antiche “calcare” per la produzione della calce, cavate direttamente nel tufo – e invenzioni contemporanee, come le pompe a vento importate dopo chissà quale viaggio negli Stati Uniti.

DETTAGLI ITINERARIO

Lunghezza

72 Km

Durata

1ora e 39 min

Difficoltà

facile

Percorribilità

Tutto l’ anno